Ritratto di signora 
 
 
PREFAZIONE 
 
Il titolo Ritratto di Signora, scelto dall’autore per il suo volume di poesie, non è nuovo. Basti pensare al romanzo di Henry James The portrat of a Lady, da cui la regista Jane Campion ha tratto un film nel 1996, con Nicole Kidman, Shirley Winters, Barbara Hershey, John Gielgud e John Malckovich, o agli studi per il grande Ritratto di Signora di Giacomo Manzù, o al testo Portrat of a Lady di T.S. Eliot, incluso in Mercoledì delle Ceneri, o ancora, al Ritratto di Signora in Raso Rosa Lyrics di Roberto Vecchioni, per comprendere come questo titolo sia preferito non solo dalla cinematografia e dalla letteratura, ma anche dalle arti figurative, perché dotato di grande fascino e mistero. In Allegories & Macabresques, a cura di Paola Bonini, Andrzej Dragan, fotografo polacco e fisico quantistico, fa propria la tesi secondo la quale”la definizione di ritratto non è la rivelazione della verità su un determinato modello. Chi la pensa in questo modo, precisa Andrzej, non troverà alcunché di interessante nella mia fotografia in quanto l’elaborazione informatica consente di reinventare il ritratto che non appare più come semplice riproduzione della realtà ma diviene interpretazione credibile, spesso metaforica”. 
E’ un po’ come accade nel volume di Mario M. Gabriele, Ritratto di Signora, dove il titolo non è correlato ad un determinato modello, ma ad una galleria di “soggetti”  che, sottostanti il ritratto principale, si fondono in un’unica panoramica, dove la scrittura poetica si fa pellicola simbolica di microstorie pubbliche e private, nate dalla “metamorfosi dell’oggetto”, come rileva Rimanelli in un altro volume di Gabriele “Le finestre di Magritte” (2000), citando il critico Werner Haftmann. 
Ritratti, dunque, realizzati nella più completa eterogeneità dei temi, attraverso il linguaggio della memoria e la rivisitazione del passato, espressi con la sintassi delle immagini e delle emozioni, modulate da un’onda musicale, che è un co-elemento nella struttura stessa del testo di cui  riportiamo qualche esempio: “Fermati a vedere se Mamma Rose / si è smarrita nei ricordi /, quando stava sui balconi / a curare il millefoglio /. Fermati, e non dire nulla di ciò che era /, se prende ancora la passiflora /, dolce, come il nostro sauvignon /. Sosta, ma non fermarti molto / in questa casa che fu degli avi /, dove passavano figure / e nei campi brillava il  primo gelo di novembre”.  
Le — occasioni poetiche--, oltre ad essere un momento di indagine e di stile letterario, si immettono nei cataloghi della storia, passata e recente, soffermandosi intorno ai fatti di Torquemada, di Spandau, del Muro di Berlino, e dei villaggi del Mekong, in un remake di immagini dentro e fuori le distanze mnemoniche: “Quel Muro, Dimitrov, troppo lungo / di vedette e fil di ferro / ha lacerato il corpo e l’anima /, il nostro Novecento”, come certi episodi di malumore urbano: “E’ tornata con sorpresa la figlia inglese / tra check in e cefalea /, con valigie e un best seller /, e un dialetto metropolitano / che ha allarmato i canarini peruviani /. Si è portata dietro il 68 /, la rabbia delle piazze /, come in questa città Gomorra /.Sai, mi dice, uscita dal suo jet lag /, non tutti eravamo di sinistra /, accadde di tutto, e fu un vero manifesto”. 
L’omologazione plurilinguistica, già presente nella tetralogia- Le finestre di Magritte (2000), Bouquet (2002), Conversazione Galante (2004), e in Un burberry azzurro (2008)-, permette di accedere anche in questo volume Ritratto di Signora, in un ambiente di plurali interazioni, frazioni del passato e del presente, prelievi di citazioni poetiche e di sigle intermediali, con qualche ripiegamento guidogozzaniano, correlato alla biologia dell’essere e alla incarnazione del tempo perduto: “Se me ne andassi di qui, non si accorgerebbe nessuno /Signorina Felicita, il mese più bello è stato maggio”. 
Nella violazione dei luoghi in cui si concentrano i flussi di coscienza, si aprono le vie del ricordo, con alcune lettere indirizzate agli amici, sottratti da un’ombra boschiva, con repentini attacchi di rara affabulazione: 
(1): “Di quale età parli, Ernesto, di quale mondo / se mancano perfino i porti, le uscite laterali /, e ora, eccoci a ravvivare le lampade votive /, le anime arrese al nulla /, ancora le cerchiamo per ricomporre un volto / una famiglia, in questa estate già alle porte / con i pensieri come catacombe”; 
(2): “Ma l'hai amata davvero questa vita, Giulio? /. Il giallo, l’amaranto, il pallore del tuo viso /: tutto si decideva in un vetrino /, stillante turbamento il codice nel sangue /, la sfortuna di non essere tra i centenari”, e ancora proseguendo nella lettura: “passano senza traccia gli anni a venire /, rutilante fuga delle cose" ….  Molto si sa del tuo viaggio /, del nostro, mancano le mappe, Le terre del Sacramento, le donnine allegre / dei bordelli di Lautrec.” 
Gianni Provera relazionando sulla poesia di Mario M. Gabriele in Un Burberry azzurro (2008), ha messo in rilievo”contenuti e forme all’interno di ambienti poetici, autoctoni e metropolitani, con esiti di scrittura variabili, e con propri cronòtopi letterari….nella bipolarità di un linguaggio biodinamico, in cui anche i correlativi oggettivi si prestano, adeguatamente, ad altrettanti riferimenti dell’anima, come in una poesia filmica, contrassegnata dalle sequenze della vita”.  
C’è un testo nel nuovo volume, che si  propone come un — Ritratto - biografico del poeta che, attraverso la voce di un  maggiordomo  racconta alcuni aspetti privati della sua vita. L'incipit della prima quartina tratteggia un ambiente esterno, sereno e rassicurante, riattivando nella memoria episodi da vecchio album, al di fuori di ogni malumore esistenziale: "Buongiorno, signor Michael /, sono tornati i colibrì sulle guglie del castello / e la primavera non è poi così lontana /. C’è aria di chiesucce in questo studio /, e non vedo come si possano conciliare cielo e terra /. Esca! Troppo ha cantato i fumi di ciminiere e solfatare”. E che sembra un invito ad entrare in un nuovo spazio albeggiante e solare, sebbene la mitologia della degradazione biologica della vita rimanga per  Gabriele, una costante oggettiva, la cui presenza rende particolarmente significativo il contenuto psicoideoepressivo, nei confronti di una poetica formalizzata come:" un canto d'armonie sepolto". Altrove il discorso assume toni critici e ironici, di fronte agli avvenimenti geopolitici:“Il signore delle otto, in grisaglia grigio-cenere /, che entra a Downing Street /, e non si sa da dove venga / né cosa faccia con le due girls, tipo Marylin /, un gentleman pronto a prendersi nel deserto il barile-oil / con i suoi G.Man, a dire il vero mi infastidiva /, più delle ricette di Vizzani / la domenica mattina/, quando di sangue si parlava / e un obice squarciava finestre e porte / e non è niente, dicevano, / non è niente / se sulle spalle vi portate un po’ di strazio / dopotutto, non è vostro il calvario / in questa terra pastorale”. Con Glossario terapeutico, presente in Ritratto di Signora, Gabriele introduce un modello operativo, in cui la ricerca verbale diventa conio di più classi etimologiche e metalinguistiche, attraverso le quali, si verticalizza il mito dell’oltre semantico, per poter distruggere la parola, ritrovandola alla fine nella propria riformulazione. Ed è altrettanto significativo questo passaggio quanto più divergente si fa lo scatto disgiuntivo dagli schemi convenzionali. Trattasi di una scrittura con accesso a citazioni farmalinguistiche, e culturali di vario genere “una vera e propria scrittura a collage, e a stesura ipermetrica, dove l’ironia, riveste il senso amaro del tempo e della tragedia, consentendo alla poesia di innestarsi, autonomamente, nella metafora della parola”. (Marco Angelini, su Poetry Wave- Dream, 1 agosto 2008). 
Nella sua produzione in versi, Gabriele ha sempre fatto ricorso ad un campionario di metafore letterariamente strutturate,“dove i simboli brulicano un po’ da per tutto, anche là dove non ci si aspetterebbe di trovarli. E sono essi che instaurano, con la simulazione dialogica e/o interrogante una sorta di gnomica iniziatica sui valori della vita e il senso della morte”G.B.Nazzaro), fino a dichiarare:“Ogni tanto avverto diplopia/, tentazioni dalla donna di Bombay / che vuole ch’io cambi fede e religione /, se mai le abbia avute, in passato e ora”, con un affondo che è anche sintesi concettuale e tragica calcificazione:”Mai così fragile è stato il tempo dell’attesa /, che fosse notte o giorno nessuno lo sapeva /, nessuno conosceva i camminamenti /, ma le mura sbriciolate, le rovine, queste sì /. Mai così spenta è stata la stella del mattino /, così vicino il velo delle cose /. Oh piccoli fiori che ancora non nascete /, fiori che mai vedrò spuntare a primavera!”.. 
E qui si gioca tutto il rapporto del poeta con la realtà, in un universo antropologico e materiale, che mette a nudo le captazioni esterne: “Le brevi giornate di febbraio / non fanno che allungare l’ombra delle pene /, e Dorothy da Sheffield /, dì, si è ricordata della Bambina Malinconia / e di tutti i fiori sparsi al capezzale?”, pervenendo a brevi consuntivi della vita, come piccole gioie: “In silenzio leggiamo le Lettere di Leibniz /, io e te felici di aver dato il sangue ai figli / negli anni guerriglieri”. 
Siamo di fronte ad una scrittura che compie il suo percorso tra abrasioni e meste sinfonie come un valzer triste di Sibelius. Questo carattere estetico della poesia di Gabriele costituisce il segno visibile di uno straordinario happening tematico, tutte le volte che vengono affrontate le dimensioni del reale, con le germinazioni delle espressioni  e dei contenuti, al vaglio del poeta e del lettore, posti di fronte alle cose intraducibili e misteriose della vita, attraverso l’indagine poetica con le sue sintesi metaforiche, che si aprono a improvvisi squarci di fuga, al di fuori di ogni stagnazione psicologica, come in questo testo: “Bisogna che tu sorrida/.Usciamo da questo quadro di Rembrant/: dimmi che non vuoi morire”, ripristinando, subito dopo, la scenografia originaria nella quale tornano a sdoppiarsi i protagonisti--attori nel gioco di luci con il passato e i suoi ectoplasmi: “Signor Perry, verrà da noi quest’anno? /. Accade di rado, che qualcuno chieda di lei / e dei giacinti caduti dai balconi /. So bene che Jodie vive a Norwich / e che ha sette spade nel passato /: Jodie, miele d’amore /, nebbia, tra le nebbie di Norwich!”. 
Ci si avvede subito del mutamento stilistico e dell’immancabile tono anglosassone, come compiutezza di stile nel”lungo filamento delle cose, tra effetti speciali nell’equilibrio della sera / e fermo immagine con ricordo di famiglia/”.  
La forza della poesia, ha scritto Maria Corti, in Strumenti critici, n. 15, giugno 1971, “sta nell’osare la lettura di ciò che è nascosto dietro le cose”, e che tendono a venire alla luce anche attraverso il riflesso di questi — Ritratti-, che costituiscono il portale principale dove i miti e gli emblemi si collocano in una zona idealizzata e ampiamente psicoideografica, 
                                                                                                 
                                                                                                      Luca Landolfi 
 
 
LE VIE DELLA POESIA TRA EDITORIA E WEB 
 
Questo volume riporta brevi versi in corsivo di noti poeti, come adesione alla dichiarazione di poetica di T.S.Eliot, in cui la poesia è “una unità vivente di tutte le poesie che sono state scritte, attraverso la voce dei vivi nell’espressione dei morti(1). 
Le citazioni sono da considerare anche come un affettuoso ricordo di poeti dimenticati dalla società, che non riesce più ad amare la poesia. A ciò si aggiunga l’incapacità della critica ad esercitare il proprio ruolo perché“non interessa proprio a nessuno. Gli editori se ne tengono alla larga. Nel frattempo l’accademia, che ha desacralizzato ogni forma di insegnamento, non sa che farsene del critico, poco funzionale a corsi svelti e a testi di poche pagine possibilmente riassuntive”(2).  
L’avvento di internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione,  attuando una vera e propria mutazione antropologica dai risvolti imprevedibili, secondo i più esperti mediologi.  
Ovviamente, non mancano voci dissonanti “trattandosi di un orizzonte che sembra dar ragione alle più fosche previsioni, anch’esse formulate negli anni Novanta della fase aurorale di internet dall’urbanista francese Paul Virilio (3), in cui l’autore associa alla rete “l’ultimo atto di una guerra totale”. Al di là di ogni possibile catastrofe informatica e dell’uso improprio che se ne possa trarre, resta il fatto che siamo tutti sotto lo sguardo di“un grande occhio più implacabile di quello del Big Brother orvelliano”(4), e che milioni di persone stanno familiarizzando con l’high tech. 
Nasce, come ha affermato lo psichiatra Tonino Cantelmi,”l’homo tecnologicus“ (5), che vive di cellulare, di posta elettronica o di e-mail, ossia  il digitalista, che non ha bisogno della linotype, ma della tastiera del computer per collegarsi on line con il resto del mondo, e nel nostro caso, con una community letteraria, che legge, registra, invia messaggi di riscontro, superando così gli obsoleti canali cartacei. 
In La lettera che muore, Gabriele Frasca ha affrontato il problema della commercializzazione del libro, soffermandosi sul volume “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, pubblicato da Mondadori, che a fronte di “una tiratura di 2.000 esemplari, di cui 100-200 sono stati distribuiti gratis a critici, amici, ecc e gli altri, presumibilmente, venduti in libreria o nelle biblioteche“, pone di fatto un problema già noto, che riguarda la collocazione della poesia nel mercato, dove i lettori interessati non superano le 500 unità. Discorso diverso per  internet, dove si stima che l’utilizzo del web sia in continua espansione e che navighino circa“25 milioni di persone, (il 44% della popolazione) per oltre 80 minuti al giorno,con una crescita pari al 12%” (6). 
Il che non è poco, tenendo presente, che la poesia e la vita sono entrambe figlie dell’oblio e che anche in internet i corridoi di informazione sono diversi, secondo il grado di affidabilità. 
Ma questo è un compito che spetta ad altri: all’uomo colto e tecnologico. 
                                                                                                               
                                                                                                                  Mario M. Gabriele 
                                                                                                
 (1)      T.S. Eliot, What is a Classic, Faber & Faber, London, 1945                                                                                            
 (2)      Paolo Mauri, La critica tra le nuvole, su Eutanasia della critica di Mario Lavagetto,  
            La Repubblica  30 giugno 2005.                                                                               
 (3)      Riccardo Paradisi, Prigionieri della rete su Liberal, 7 giugno 2008,  p.13, 
            Paul Virilio,La bomba informatica, Raffaele Cortina Editore, 2000 .                                                                                      
 (4)      Riccardo Paradisi, Prigionieri della rete, su Liberal, 7 giugno 2008 , p. 13. 
 (5)      Ernesto Capocci Come il web ci cambia la mente .Colloquio con Tonino Cantelmi, su Liberal 7 giugno 2008, p.13.. 
 (6)      Da una indagine conoscitiva sul web, a cura di Layla Pavone (AB) per Affaritaliani.it 
 
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E’tardi, Daisy, quasi mezzanotte! 
Non c’è più tempo per il breakfast, 
andare per mare e oceani 
a trovare l’elisir di lunga vita,  
uno stradivario per la fine 
nella scorribanda d’aprile. 
 
Ci minacciano le centurie, i codici del Louvre, 
il tight nell’armadio stile liberty, 
mentre esondano i fiumi sui morti già spogli. 
 
L’anno scorso, a Portsmouth, Miss Winter 
cercava tra ruderi e radici,  
come nella piana di Giza, 
le nostre assenze già scritte. 
 
Oh Moses, chi colse l’erba nei giardini d’Engaddì 
non nutriva sospetti: aveva  mani  e cuore da hidalgo 
come le figlie di Jerusalem
Ma sentire Kaminskj parlare di tavole scisse, 
é non vedere la primavera  
tra rappresaglie di vento e di gelo.  
 
E sono queste le sere che ci danno più pena, 
oh Daisy dai colori dell’alba svaniti, 
tu, eclissi di luna: mio sepolcro di neve! 
 
 
Non è stato giusto lasciarci 
in un gioco che non era nostro. 
Peggio di così stanno i pensieri 
e la foglia che ingiallisce. 
 
C’è chi viene a dire 
di tenere la lampada sempre viva. 
Ma l’hai amata davvero questa vita, Giulio? 
Il giallo, l’amaranto, il pallore del tuo viso, 
tutto si decideva in un vetrino, 
stillante turbamento il codice nel sangue 
la sfortuna di non essere tra i centenari.  
Antiossidanti d’occasione il selenio e il Q10  
non sono bastati a darti un giorno di bonaccia; 
la scia delle flottiglie abbandonate, 
l’infanzia, turbolenze di vento e di dolore poi, 
ma come si fa a credere alle pattuglie d’angeli, 
che fosse questo il disfacimento della tua memoria? 
 
Passeranno senza traccia le stagioni a venire, 
rutilante fuga delle cose: 
macula negli occhi, 
irreversibile cistoide disse il dottore. 
Molto si sa del tuo viaggio, 
del nostro, mancano le mappe,  
Le terre del sacramento, le donnine allegre 
dei bordelli di Lautrec. 
 
Passano le illusioni e in un solo fuoco si raccolgono: 
bruciano come le streghe di Torquemada. 
Ne echeggia fin qui il loro grido,  
ci spiegano da sempre, 
che è stata una giusta penitenza, 
una sopportabile evanescenza. 
 
 
Quanto tempo occorre a raccogliere le croci, 
i vestiti d’una stagione Saint Laurent,  
quanto tempo ancora occorre, quanto  
per sfuggire ai colpi di mannaia, 
mia inutile rissa, bosco già disboscato, 
dove tutti hanno qualcosa da raccontare,  
quei vecchi Dialoghi con Leucò 
e barracuda intorno a noi, 
la malattia di Nancy, un breve batter di ciglia, 
e messaggi da Sheffield: 
“Abbiamo pensato a voi 
come ad uno stormir di foglie dopo la tempesta”. 
Come potevamo stringere d’assedio 
un amore senza orientamento, né oscuramento, 
salutare di qua dalle erbe e calcine, 
celato in alchimie di giorni, 
la sera portava con sé tutto il nulla del mondo! 
 
Nel giallo dell’autunno moriva il quadrifoglio. 
 
Cupi battiti opprimevano il cuore, 
da un finestrino s’affacciò la donna 
che mai portò certezza. 
 
Non so quanto tempo occorre, quanto ancora 
a resistere agli anni che verranno 
se un po’ ci sbilanciamo sotto la pioggia  
e la smorfia ci viene incontro, 
nel silenzio delle ore, del lieve disamore. 
 
 
Coprilo di terra il passo mai fatto. Sognalo, 
di rimpianto in rimpianto, il lampo che non verrà. 
Un freddo balcanico si è fermato  
alle porte di Minsk, così che l’inverno 
è stato davvero amico delle foglie. 
 
A sentire Wilson non c’è alba  
che sia più oscura della sera, 
né attimo che duri più di un ricordo. 
Cadono a pioggia i giorni del Capricorno. 
Si nutrono di terra gli umidi inganni. 
Ma ti pare, Wilson, che tutto questo 
sia soave tempesta? 
 
Dura l’ombra delle querce  
sui nudi rami di gennaio 
e sull’epigrafe  di Isabel e  Oliveira: 
- Que Seya Eterno! Meu Amor!- 
 
Così si ricordano i morti, 
il mistero della separazione, 
l’infanzia  e l’esilio spirituale. 
A volte rinascono nell’ampolla dei nostri  sogni. 
Oltrepassano guadi e canyions. 
Se ne stanno muti come Cecil 
e i pallidi ghosts nell’oscurità dell’assenza, 
dove fanno lumicino Fanny e Annabel, 
e la Granduchessa di Swedenborg 
 
Ed è grazia sottile rivedere le erbe d’aprile 
lungo il fiume salato dei vivi, 
fino alla bottega di Wanderbitt e di Edwards, 
ultimi writers e poeti, 
troppo vecchi per parlare di Dio. 
 
 
E ora che dalle terre di pianura ai boschi autunnali 
nessuno più si aspetta miracoli dall’aloe, 
che sarà del fumo delle carbonaie 
nei giorni che s’intrecciano 
come gambi di bouquet? 
 
Doveva essere una sera di repertori 
più che di totale cecità. 
 
Tosh tirò dritto per la sua strada 
dimenticando il passato, 
profumo di talco e d’elicriso, 
prima di riordinare sangue e ossa, 
fiumi d’anni e d’erbaspada, 
tenere a bada il flusso dell’anima 
risalito in un bookshop di periferia, 
mentre cercavamo 
Le passage de commerce Saint Andre di Balthus 
e la neve cancellava la città e il suo limite, 
i morti per acqua e solitudine. 
 
Fu allora che ci avviammo fuori pista, 
dopo il disegno dello sciamano, 
antico, quanto il mondo, 
dove il silenzio è ouverture sui marmi 
quando tornano i passeggeri di novembre 
a ravvivare mammole, sorrisi sbiaditi: 
il double face della vita 
rassegnata a se stessa. 
 
 
Aspettiamo ancora un poco i ragazzi del fast-food, 
prima che faccia alba e un altro giorno se ne va, 
mentre girano i pianeti all’oscuro di te e dei tuoi cari 
e Parigi non è Seattle con i countries music  
e i tavolini di minicopie di Le Signore di Betz. 
 
Ti scrivo da Kovice, (ma è come se fossi a Brest 
o a Yorkville), con vetrine da vecchia Europa,  
e rosse Niva sotto il castello di Spissky Hrad, 
per dirti di aver trovato taberne e tabule romane,  
tracce di storia e fossili d’arenaria,  
perché questa è la sola nostra morte, 
non quella di una o più sere e altre sere che verranno 
di sogni profanati, senza lampade e luminarie. 
 
Le lunghe notti di dicembre 
portano  scalpitii di cavalli 
e appassionate veglie in una stagione 
che è vuoto mondo dentro e fuori. 
 
Semmai avremo visite a Natale, saranno quelle 
di James e Laura col loro bon ton di fine anno. 
Mi rattrista lo spettro della luna sui passi di Melchiorre, 
tanto mi addolora questa barca senza futuro. 
E non è ancora l’ora del harakiri, né dei versetti di Zaccaria 
se all’improvviso tornano in mezzo ai rami i codirossi. 
 
 
E’ venuto in silenzio il tempo degli specchi 
tra immagini riflesse 
e metonomie di Rubén Dario. 
 
Una nebbia avvolge il giardino e le scale 
nell’ora che avanza su muri e steccati 
quando più aspro si fa il lessico amaro. 
 
Ritorna la voce al fondo dell’anima. 
Scaccia oroscopi e sibille romane, 
tenta con gli amici di Boston 
di essere una sola guida,  
un unico coro. 
 
Ma è povertà di fede lo scandalo del buio, 
la polvere degli anni sulle tombe oltraggiate. 
 
Laura  conosce gli angoli oscuri, 
traccia limiti alle albe e ai tramonti: 
donna di picche e di cuori 
per te ho pregato il possibile varco  
che qui non vedo. 
 
So che la primavera sarà più crudele delle altre 
riducendoci  il fiato e il passo. 
 
Senza avviso, e con delicata misura, 
anche  la pioggia di marzo ha sferrato il suo attacco. 
 
 
Era il barlume la luce che apriva il varco 
alle magnolie assediate dalle locuste. 
 
Su piste oleose scivolava 
il fango dell’autunno. 
 
Arenavano le tartarughe 
come le parole nel silenzio della tua tortura. 
 
Nemmeno allora seppi di tuo padre morto 
e della casa col presepe a vista d’occhio. 
In quel luogo e in quell’età 
finì il declino di nonno Vincent  
davanti all’ira del domani. 
 
Adesso mi agita il tuo avvenire. 
 
Solo le ombre entrano nella mia tenda
ultima brigata nella sera, 
prima di scendere nel sottoscala 
dire a Ludwig che la famiglia 
si é  dispersa in un volo di rondini 
e di bassi inverni. 
 
 
Sei scivolata sugli anni abbattuti dal libeccio, 
tutti presenti alla conta della vita, 
postulanti d’occasione agli angoli delle vie. 
 
Si va per fiumi e per sacrari, 
ma in quale veste? in quale martirio? 
 
Da tempo ci soccorre un’amabile tristezza: 
occhi di lince, barre di ferro; 
ecco: è venuto il quarto giorno, 
il terzo è già passato. 
 
Sono gli stessi che annunciano la sera 
voci d’angeli e nasi di circensi. 
 
Magari si facessero avanti 
a dire: questo è il mondo, 
e qui è la terra promessa e desolata, 
e questi sono i fiumi, i lumi, il canto di Sweeney, 
il cataletto! 
 
Entra l’arido luglio, spoglio di laudi e di sonetti; 
ammalia le lucciole sfolgoranti, 
ci sfrangia da ogni lato. 
 
Mai così avara è stata la stagione! 
E’ come se ci avesse tarpato le ali, 
strappato il cuore a Wounded  Knee, 
oh Naomi! 
 
 
10 
 
Mater gentile i giorni si sono disfatti come gelsomini,  
tra fumo e cenere s’accende il tuo ritratto di signora,  
giorno e notte si confondono nel tempo,  
lasciando poca sabbia nelle clessidre.  
 
Gennaio entra nella casa  
con i quadri colore della sera.  
 
Vibra nel silenzio la melodia di Milosz  
e il sentiero oscuro sarà là, umido  
di un’eco di cascate. E io ti parlerò  
della città sull’acqua  e del Rabbi di Bacharach,  
mentre sfiorisce la stella del mattino  
e i morti hanno perso le ossa  
là dove i sogni sono spariti   
come uccelli alla frontiera. 
 
11 
 
La conversazione non fu più ripresa dopo le note di Bernstein. 
Suonò una campana, cadde dalle mani della vivandiera l’anice stellato. 
Ci fu uno scambio di battute tra la signora e  l’ospite del quinto piano.  
Passò la spigolatrice d’anima, colei che fa di un tocco di campana  
un giorno di Pasqua. Ad una figura immaginaria s’accompagnò  
la vedova di Friedrich. Non fu chiaro di quale felicità parlasse.  
 
Ballavano in cerchio i sonnambuli della vita, la danza di Matisse.  
Tremavano le mani come a chi tema all’alba di non vedere più la luce. 
Dovrà pure passare l’uomo delle reti, il pescatore di conchiglie e perle, 
a dire che c’è stato mare mosso, poca pesca e senza capidogli.  
 
Oh Noël, Noël, come sono lontani i giorni di boschi e di betulle! 
 
12 
 
Priscott,  ricordi le donne di Venosa 
con i piumini gialli e rossi, 
come serpenti intorno al collo? 
le carezze di Miniù, e la sosta nei metrò: 
valigie di panni e di cartone, 
con il freddo nei motel  
come certi geli di dicembre; 
la ragazza che sbirciava  
da sotto lo specchio belvedere 
le nostre ali d’angeli e di dèmoni, 
gli oblò troppo piccoli per vedere il mondo, 
e pensare che era una fuga dalla terra 
come quei senza nomi sui barconi; 
perduto ho il ricordo dei miei cari, 
il Longines da tempo non lo metto più, 
non s’apre l’azzurro dentro il cuore; 
dillo a Betty che il mondo è già cambiato, 
che non bastano i cigni dentro il lago 
a destare le sirenette sugli scogli, 
a riportarci indietro le donne di Venosa. 
 
 
13 
 
Non pensò mai ad un pianeta 
di uomini e donne salvati dalle acque, 
con tante storie che qui non conosciamo, 
se non quelle di Hansel e Gretel  
finite le compagnie  
nessuno  le ricorda,  
e mai un cadeau, 
solo almanacchi a fine anno, 
quei sospiri sui pontili 
erano cattedrali di dolore, 
fisarmoniche all’aperto, 
le scarpe sempre lustre,  
cenere i suoi libri, i suoi pensieri… 
stabat mater in un solo libro, 
lirico ritratto la pena che rimane. 
 
Non molla, resiste al tempo che dilania,   
su questa terra che sbriciola ponti e case, 
le chiese del Trecento. 
 
Prenderà di notte un corridoio,  
se ne starà buono nei secoli futuri 
sotto le rughe dell’universo e della terra 
riducendosi a poca cosa. 
 
Ma almeno prendesse la via più breve 
che conduce più lontano, 
si facesse rugiada 
nella notte di San Giovanni! 
 
14 
 
La stagione sta per finire 
e ogni fiore è un inganno dell’inverno. 
 
Spiovente, a taglio sulla carne,  
è il meno che si possa dire dell’altezza  
che ci sovrasta. 
 
Ci duole sapere del cerchio che si restringe 
e dei giacinti che si arrendono alla sera. 
Anche questo è soffrire, patire  in ombra. 
 
Non arrivano messaggi, depliant, 
piccoli ormeggi attendono. 
 
Signor Perry verrà da noi quest’anno? 
 
Accade di rado, che qualcuno chieda di lei 
e dei giacinti caduti dai balconi. 
 
So bene che Jodie vive a Norwich 
e che ha sette spade nel passato: 
Jodie, miele d’amore, 
nebbia, tra le nebbie di Norwich! 
 
15 
 
Il viaggio è appena cominciato e la casa è desolata. 
 
Non ci sono porte, né finestre, le lacrime sono rugiada, 
e il rap è appena cominciato. 
 
Oh non è nulla, proprio nulla, ciò che accade! 
pattinatore che te ne vai,  
tra formiche e licheni aggrovigliati, 
dove il sole più non brilla nel bosco di Winnie Pooh. 
 
Ti crederanno morto: i borghesi sono sciocchi. 
La luna è sulle scale, 
c’è un dolore nelle stanze, un bouquet nelle tue mani, 
e Patsy abbaia, abbaia, pure il rap si è fermato. 
 
Il silenzio sale in verticale, ci lega ai monti e ai sassi. 
Vedi? sono già spuntati due papaveri nei tuoi occhi, 
due miosotidi su Milly Pooth e Sarah O’Brain. 
 
16 
Questo tempo di rapidi tramonti, 
la sirena delle sette,  
vuote le fabbriche e le chiese, 
poche briciole sui davanzali, 
l’organetto nelle vie  
col suo bolero di nostalgia, 
e Madame Drupét, ad un passo dalla porta, 
mantiglia nera e zoccoli di neve, 
il ticchettio delle ore  
come l’orologio della Garisenda, 
ma ci pensi quante barche, 
quanti  naufraghi son passati lungo il fiume, 
le reti per i delfini innamorati, 
so che è tardi, che mancano le lucciole in città, 
e sono anni che più non viene la ragazza del check-in, 
col suo profumo Charlie,  
a distrarmi nella notte dai cloni del passato. 
 
 
17 
 
Tu che accedi nella sera  
e leggi la mia vita 
come fosse la Stele di Rosetta, 
hai ancora approdi di pensieri 
nel ristagno delle maree. 
 
Stentano le vocali a formare un nome: 
si fanno oscillante sogno i fogli di una storia 
che mai dirà cos’é il mondo 
col suo miscuglio di mistero e d’alfabeto; 
tu albeggi là dove ora non c’è più luce. 
 
Gelido, così come è venuto, 
anche l’inverno se ne andrà 
lasciando cicatrici. 
 
Chiudi la finestra, Katy! 
Smettila di vedere  
se c’è qualcuno che somigli a Willy! 
 
I morti, da sempre, sono insieme a noi, 
come a dicembre, 
i campanelli di Santa Klaus. 
 
18 
 
Cara Juliet,  
la rondine che da Gerusalemme 
attraversava cupole e paesi  
fino al nostro ballatoio,  
da qualche tempo non è più,  
né lancia segnali a chi la chiama,  
se ne sta sola nel nido e sono giorni  
che escono capini, il resto della stirpe.  
 
Sarà una stagione senza pigolii   
e di fogli che mai arriveranno a domicilio.  
 
Ti trascrivo, senza commentare,  
quanto si dice: 
-pagine corrosive, simboli da svelare,  
colore nero pece, nero di seppia, il senso della vita,  
richiami e pensieri conclusivi: 
ben definiti il paesaggio 
e il tempo che si restringe-.  
 
Ogni tanto avverto diplopia,   
tentazioni dalla donna di Bombay 
che vuole che io cambi fede e religione,  
se mai le abbia avute, in passato e ora. 
 
In estate rivedrò Geltrude e Giselle, 
bevendo tè all’aperto. 
Ti ricordo le pasque illuminate 
e i fiori di Baudelaire.  
 
19 
 
La notte ammazza più di quanto non si sappia.  
Silenzio. Silence! per l’alma che s’invola a la belle ètoile. 
Discusso con Serena sul punto morto del mondo,  
l’anello che non tiene.  
Il problema, se mai vi è stato,  
non ha toccato l’anima;  
il bel casino di Quarto e di Pianura,  
e i 3 CD di Miles Davis  
come un flash sull’isola di Wight.  
 
Un febbraio di ceneri   
ha illuminato l’Hermitage  
e le vetrine di Mistenguette.  
 
L’amore si è disperso con le onde  
my baby lives across the river  
an’I ain’t got no boat.  
Duro è stato il cammino lungo la Via Romana,  
finire per asfissia, la Shoah.....  
 
A Canterbury si cercano indizi  
su  l’Assassinio nella Cattedrale.  
 
Ci sono strade da percorrere, città da visitare,  
chiudere la porta al ricordo che tracolla,  
chiedere pietà ai vivi e ai morti. 
 
20 
L’alba ha cancellato ogni ombra. 
Buongiorno signor Michael, 
sono tornati i colibrì sulle guglie del castello 
e la primavera non è poi così lontana. 
 
C è aria di chiesucce in questo studio, 
e non vedo come si possano conciliare cielo e terra. 
Esca! Troppo ha cantato  
i fumi di ciminiere e di solfatare. 
 
Mi  trovo, ora, a farle da maggiordomo, 
con uno stuolo di servette,  
buone soltanto a chiacchierare, 
tra odore di malva e di mentuccia. 
 
Troppo tempo è passato 
da quando Betty si scusò 
parlando di uno spiacevole incidente, 
ma, intanto, il bacio c’era stato! 
 
Non è bastato rinnovare l’arredo,  
cambiare le poltrone e il sofà,  
spolverare la biblioteca, 
buttare i vecchi dagherrotipi, 
e le stampe del Seicento. 
 
Quel libro, così pieno di nomi, 
con Carol e Jodie, 
che non amavano il buio della notte, 
né la polvere dei millenni, 
è giunto a West Road? 
 
Mi chiedo come abbia fatto a vivere nel silenzio! 
C’era l’autunno, è vero, 
e il rametto di mirtilli  
è stato solo un dono di Alicia 
per il suo compleanno. 
 
Difficile stare dietro al passato: 
(Ancora quella melodia, aveva una cadenza languida. 
Oh, mi giungeva all’orecchio come il dolce vento del sud). 
 
Se questo è il passo della stagione 
sarà bene potare gli alberi 
perché fioriscano a primavera. 
 
La sua casa è piena di sgabuzzini e sottoscala, 
di stanze e arredi e di sigari che non ha mai fumato 
temendo le vertigini. 
 
Ce  n’è da raccontare agli amici 
quando arrivano per il bridge 
o per chiacchierare con la signora Wilder 
che ha golfini e cavalli ed è pure un buon partito. 
 
Qui si canta 
il canto d’armonie sepolto. 
Dormiamo il sonno dei samurai. 
Dio penserà al risveglio! 
 
21 
La città muta confini e superficie.  
Trovare le tue radici non è facile  
e non basta una parola  
a sopportare la croce e la catena.  
 
Il nostro tempo?  
Un’autostrada nel ricordo.  
 
Sembrava una tradòtta del 18  
il treno per Palazzolo.  
 
Anni di centella e ippocastano   
con i nostri nomi quasi uguali,  
diversi nell’ultima vocale,  
un ossimoro, il segno   
d’un amore cinquantenario,  
mai facemmo il giro intorno al mondo,  
né raccogliemmo le palme a Pasqua,  
piccolo fiore, le fontane sono malate,  
chi mai ti curerà nella campata?  
 
Le brevi giornate di febbraio  
non fanno che allungare l'ombra delle pene,  
e Dorothy da Sheffield  
dì, si  è ricordata della Bambina Malinconia  
e di tutti i fiori sparsi al capezzale? 
 
22 
 
Il tempo non ha concesso nulla alla Pasqua.  
Sciolte le campane   
si sono visti soltanto mouse e viperette.  
 
Ho spento il notiziario,  
dimenticate le formule dei cartomanti:  
je ne veux rien savoir de la vie  
e di tutte le tragedie  
che s’attorcigliano come veleni  
e spade acuminate.  
 
L’ultimo volta che ho visto Madame Bernard,   
era di sabato e aveva il fascino  
di chi sa legare il cuore ai lacci.  
 
Arrugginito dagli anni  
il carillon ha smesso di contarci le ore.  
 
Sembrerà un giro di banderuola  
ma il passaggio dell’inverno  
non è stato indolore.  
 
Rotondetta, tanto da ricordare le donne di Botero,  
la Katiuscia di Kiev  
ha messo piede nella casa  
e nella nostra squilibrata età,   
anche se amiamo ancora gli aquiloni  
e i kayak per superare il mare.  
 
23 
Di quale età parli, Ernesto, di quale mondo 
se mancano perfino i porti, le uscite laterali, 
e ora, eccoci a ravvivare le lampade votive, 
le anime arrese al nulla, 
ancora le cerchiamo per ricomporre un volto, 
una famiglia, in questa estate già alle porte 
con i pensieri come catacombe, 
il dubbio del terzo giorno, 
misteri sopra e sotto le terre di San Pietro, 
a cercare un totem per domani 
tra foglie secche, foglie gialle, 
come è pallida la vita, 
e come è lontana la tua Baden di sole e di pomari 
da questi declivi erbosi, 
dove più non scendono pastori e greggi 
ad annunciare l’alba, treni in partenza, 
nessuna festa nei quartieri, 
e bandiere per il memorial day, 
ogni cosa smarrita sta sotto le radici, 
vive di lamento,  
ondeggia come un valzer triste di Sibelius. 
 
24 
Il tuo sorriso non risuona nelle stanze, 
e il fiore di Taquinia è un segnalibro nel Codice da Vinci, 
più non c’è riparo al volo di pipistrelli, 
un giglio dura ancora nel giardino: 
errante amore chi ti salverà dalle piogge del mattino? 
pure ci abbandonano i velari del passato,  
ricordiamoci di Spandau, le fisarmoniche nei cortili, 
come serenate al chiar di luna, 
nessuno fu mai sé stesso, né visse più d’una farfalla, 
fazzoletti di carta ai porti e ai treni, e Schindler’s list, 
quel Muro, Dimitrov, troppo lungo di vedette e fil di ferro 
ha lacerato il corpo e l’anima, il nostro Novecento; 
i villaggi del Mekong, come lumi a mezzanotte, 
il male nel codice genetico, 
chi l’ha spenta la lampada votiva? 
Dal fondo del viale, ecco Witold con le chiavi
 
25 
 
Dal salotto al terrazzino è tutto un belvedere.  
Sulla scrivania borse per notebook e webcam 
e scene di Jesus Christ  
con pescatori venuti dalla riva: 
la fine di un processo oh Madeleine, 
sentiti i testimoni, 
rigettati i capi d’accusa. 
 
Tempo di vita, tempo di morte! 
 
Nel backstage rispuntano  
la bicicletta di Duchamp  
e la locandina della Minelli in Cabaret.  
Sarai vestito di viola pallido, incantevole dolore!  
E i fiori sul tuo cappello saranno piccoli e tristi.  
 
Sulle colline spunterà di nuovo il sole. 
Cadranno viole e margherite, 
i tuoi lucchetti d’amore a Ponte Milvio! 
 
26 
Il fuoco ha annerito le case, 
le tane dei docili animali. 
A sentire il guardiano del parco 
basta poco a bruciare un villaggio. 
 
-Mai -dicono quelli svegliati nella notte, 
- mai c’é stato tanto inferno 
in questo borgo di stemmi e di casali.- 
 
Io amavo il giardino di Milly! 
Ne curavo i confini e le altezze.  
 
Come siano giunte fin qui le fiamme 
non saprei dire! 
 
Di certo, andremo domani ad Oleggio  
a cercare bonsai e nani cipressi, 
rifaremo il giardino 
con i putti antichi e il bianco steccato. 
 
Sarà come tornare alla vita 
stando vicino ad una donna amica 
quando il gallo al mattino 
non ha voce, né coda 
per segnare la strada di vipere e lucertole, 
mentre piano mi sfogli 
come un vento d’autunno o un gelo di maggio, 
oh mia bella di notte, mia morte, 
senza lustrini e gaupiere! 
 
27 
 
Il segnavento 
 
 
Questa terra così aspra e dura, 
chiara al mattino e oscura a sera, 
questa terra di muri e di mirtilli neri 
è entrata nel cuore come un nido di maggio. 
 
Di poche cose il tempo ci circonda. 
L’acqua va dove il mulino gira, 
dove stanno i tuoi velieri senza suono d’ukulele. 
 
Ho pensato a te come ad una rondine di mare 
quando torna dal passato con la sabbia sulle ali. 
 
Non si sposta più di tanto la nostra vita, 
di qualche storia pure si ravviva. 
Tu vivi e muori nei pensieri 
dentro borghi medievali. 
 
Torna il segnavento sulle case. 
Non ha orizzonti, né equinozi da seguire 
come il volo della gazza 
nel turbinio di foglie sul selciato. 
 
Oh giorno di ignoto destino! 
Giorno che torni tra docili attese, 
chi mai sopporterà il tuo declino? 
 
28 
 
Sydney Club 
 
Novembre scivola dai tetti 
lasciando epitaffi di un unico poema. 
 
Dimmi ci stai dentro, ci stai vicino al cuore dell’abete? 
e a quale altezza, a quale misura si perde l’occhio, 
e quanta neve dovrà ancora cadere, quanta sopra i cipressi 
e il millefoglio? 
 
La luna scopre gli angoli bui. 
Oh, la luna su fiori e ori 
e piccolissime memories! 
 
Gaudiè teme la notte più degli anni, 
riempie i boccali di tequila, 
dopo il fiato dell’ultima ballerina, 
quella che lasciò per sempre 
i ragazzi del Sydney Club, 
alle porte di Trezzano, 
tra petali di rose e coccinelle, 
nella notte, profonda e senza tempo. 
 
Da allora, come viandanti tornano i ricordi: 
nulla di strano se ti accompagni ad essi, 
se puntuale suona l’orologio di San Bailon, 
nulla di strano, vero, Gaudiè? 
se c’è chi racconta storie di tre piume leggere, 
che ogni anno tornano a farsi vedere 
nel prato fiorito dove morirono Nicholas e Tobia 
e la dolce Eloisa. 
 
29 
C’era nel cortile la violetta di settembre 
che non dava ombra alle libellule,  
il profilo di un giorno piegato dal tramonto. 
 
Da un altrove sconosciuto tornò la donna 
come  corpo o  anima, chi poteva dirlo? 
 
Discese le scale, si mirò allo specchio,  
a voce bassa dissi: oh, pianta mia, 
punge il ricordo come l’autunno 
sui pitosfori, tu fiamma, 
luce che ancora non si spegne! 
 
Poi disparve nel suo altrove mai visto da nessuno, 
nondimeno amato  
da chi bruciò la vita come sterpo. 
 
Da molto lo sappiamo, da molto fanno da lama  
le figure dell’aldilà, 
quelle che non perdonano l’addio,  
il senso breve delle cose. 
 
Volò il barbagianni schizzato fuori  
dalla balaustra antica, col suo ultimo chiurlio.  
 
C’era nel cortile la statua di Cupido, 
il pozzo dei suicidi, il tavolo da bridge. 
 
Brillava l’amore di là dal ponte 
e non c’era una barca per passare il fiume. 
 
30 
L’ape  
 
L’inverno ci costrinse al gelo, 
ruppe ogni forma del passato  
portando figure dimenticate. 
 
Ad una fonte rinascemmo. 
Fummo un solo fuoco, un’unica radice. 
 
Tornò la Signora dei merletti: 
“ Gli amanti mi portavano fiori a primavera 
e non sapevano di un cerbiatto nella foresta”. 
 
Poi il discorso cadde sui nomi. 
Bugie innocenti colsero di sorpresa la varietà dei temi: 
“Gentleman”, disse, Mary, “è colui che conserva intatto 
il suo peccato d’amore “. 
 
Era un racconto di un’ape 
innamorata di un signore. 
 
Di tutte le cose presenti, la più crudele e perversa 
era la ventura che ci aspettava. 
 
Spuntò un sorriso, un alito lieve passò 
come garbino sulla pelle. 
 
Oh Signora del conflitto d’amore, 
oh Madame del racconto africano! 
 
31 
Hai puntato poco sull’altrove 
in questi anni che non ci salvano  
da un futuro di voli bassi. 
 
Stenta a sbocciare il giglio nella casa. 
 
Da una brace che non si spegne 
si stampano sui muri volti e somiglianze, 
ed è fuoco la tua pietà racchiusa in un respiro. 
 
Dove un tempo brillava la cuspide romana 
ora ci sono solo silenzio e ombra. 
 
Assorti ci inoltriamo 
in un pendio che si regge appena. 
 
E Vancouver è lontana dai nostri giorni  
passati di là, uno ad uno,  
come i ragazzi di via Poli: 
Miguel, Giovanni, Asturias. 
 
32 
 
Il discorso cadde sui fatti di giornata. 
Ne nacque un fuoco di minimi particolari. 
Parole occorrevano invece della diatriba. 
 
Il vuoto, il mancamento: 
che fosse tutto questo ancora da decifrare? 
commutare ogni perdita in verità,  
sentire cosa dicono gli abatini, i dottori della chiesa. 
 
L’autunno propizia versi, 
porta ad un’officina di parole. 
 
Mai così fragile è stato il tempo dell’attesa, 
che fosse notte o giorno nessuno lo sapeva, 
nessuno conosceva  i camminamenti, 
ma le mura sbriciolate, le rovine, queste sì. 
 
Mai così spenta è stata la stella del mattino, 
così vicino il velo delle cose. 
 
Oh piccoli fiori che ancora non nascete, 
fiori che mai vedrò spuntare a primavera! 
 
33 
Daddy,  
dove gli uomini portano maschere di Pierrot  
e lungo l’autostrada sfrecciano le Harley Davidson,  
un saluto ci è dato prima di spegnere le luci.  
 
Qui, dove un male antico scuote la memoria  
e la sera chiude il volo dei balestrucci,  
dura ancora il bosco dei ligustri  
e non c’è storia che ritorni  
a scavarci dentro l’isola che non c’è.  
 
All’alba bruciano le Dunlop,   
abbattono i cassonetti,  
mettono la vita di traverso quelli del turnover  
lungo le strade di falò.  
 
E il futuro ha il colore dei tuoi occhi:   
cielo nero, capovolto.  
 
34 
Ci sono voluti passi per guardare la città   
avvolta nell’ermellino bianco. 
 
Al supermarket morivano i Cabernet negli scaffali. 
Tornavano nella casa il presepe, 
le capanne indiane, 
le virtù catalogate 
così come voleva il libro di famiglia  
prima che scendessero le nevi. 
 
M’aspettavo qualche frammento di Saffo e Filodemo, 
la storia delle Uri a braccia aperte: 
io sognavo le porte del paradiso; 
ma non capivo  
come si potesse passare da un anno all’altro 
come fosse un solo giorno. 
 
Si è ristretta l’ardesia nel giardino. 
Cattivo affare questa bianca oscurità totale, 
Clarence! 
 
Abbiamo fatto di tutto  per sopportare il Natale, 
il tempo di minuscoli dettagli, 
l’era degli anni affumicati! 
 
35 
La nebbia che dai monti diradava 
verso il colle dei Normanni,  
apriva pagine di storia  
in chi sopravvisse alla grazia del destino.   
 
Sapevamo della china fuori le mura 
e  di chi parte ad ogni ora 
del giorno e della notte, 
prima di passare sotto il ponte  
tra scatole di cartone e di bouquet, 
residui di ossa e di sbandati 
con tante nuvole sopra il capo, 
come aureole di santi e di beati, 
mentre la donna uscita allo scoperto, 
parlava ad una folla venuta a cercare 
le luci di Carnabay Street 
o di qualche altra città e universo, 
dove nessuno incontrerà mai 
il vecchio compagno di college, 
o il gufo che dal ramo sbirciò il futuro 
e volò via. 
 
36 
Pioveva senza allarmi nel pineto. 
Sbocciava intanto il prataiolo  
e sul nido abbandonato  
nessuno lasciò fiori. 
 
Ti porterò via, piccolo cuore, da questi  lavatoi, 
là dove crescono i quadrifogli. 
 
E’ tornata con sorpresa la figlia inglese, 
tra check in e cefalea, 
con valigie e un best seller, 
e un dialetto metropolitano 
che ha allarmato i canarini peruviani. 
 
Si è portata dietro il 68,  
la rabbia delle piazze, 
come in questa città Gomorra. 
Sai, mi dice, uscita dal suo jet lag, 
non tutti eravamo di sinistra, 
accadde di tutto, e fu un vero manifesto. 
 
Dei campi di vigne e di girasoli 
sono rimasti ruderi e rifiuti. 
 
Sotto il salice spezzato 
solo il fanciullo Cleto 
sogna i giardini di Chiomadoro. 
 
37 
Accendi la TV a vedere se hanno ucciso il gobbo,  
ritrovato nel bosco il corpo di Jonny Boy,  
il V-Day a Piazza San Giovanni,  
la Storia siamo noi,  
noi il Nulla, i morti da dimenticare,  
se nevica ancora, se continua  
nel buio luminoso, l'infantile disastro del mondo,  
sbiadito nello specchio il doppio di noi stessi.  
 
La sera ci guardiamo mentre affondano le rughe.  
 
Prova a cercare, con il cordless o con il palmare,  
se nel profondo degli spazi  
ci sono ancora Nonno God e Mister Prufrock. 
 
38 
La donna con bouquet e in rosa shocking, 
(nel vento di febbraio, 
che dal monte di Vernazza   
scuoteva gli alberi, rotolando cespi, 
scompigliando il verde dei pinastri), 
all’improvviso si fece brezza, 
tuono di sangue, grido, 
come una nota di Gillespie, 
mentre sfiorivano le foglie di mal sottile, 
come quei nostri piccoli reviews  
che se ne stanno come maschere di cera: 
poemi, dentro la vita stessa, 
a sognare alberi e lune esangui, 
e neppure un calendario per le date, 
le feste di famiglia: 
cortesemente ci diciamo addio. 
 
39 
A volte vive una vita fatta di sorprese, 
oltrepassa mappe e punti cardinali.  
E’ viva? E’ morta? 
Ha polso bradicàrdico, ma respira. 
 
Non ha nome il tempo che passa. 
Buie pareti ad angolo chiuso. Notte. 
 
Dormono Anthony e Joseph 
e il piccolo Simon. 
Nessuno si sveglia. Nessuno! 
Il ricordo che torna. Silenzio. 
Terminal di uomini soli. 
Angolo chiuso. Pareti. 
 
Le pillole nel blister ogni volta a tempo e a ore, 
a cosa servono se neppure il narghilè  
è riuscito a calmare il sangue, 
le notti americane? 
 
Se me ne andassi di qui, non si accorgerebbe nessuno. 
Signorina Felicita, il mese più bello è stato maggio. 
 
40 
Bello e dannato: non è un discorso da farsi,  
      puntaci sopra qualche penny o tre fiches, 
parlato con te senza algoritmi.  
 
Non si ferma il tempo, gioca come il gatto e la volpe.  
La mano nella bocca della sfinge.  
Smagrisce l'anoressico calendario fino al 6 maggio.  
Serraglio chiuso, sussurrato al muschio che sboccia.  
Ed  è dicembre, my way!  
 
La ragazza sola sul treno per Oderzo,  
era uscita di scena,  
lasciando profumi di marzo:  
edelweiss.  
 
41 
Palace Hotel, sera d’agosto 2007.  
Bella vista a picco sul crostone,  
con i delegati della Romagna e il loro slang.   
Irina aveva 12 anni quando venne in Italia.  
Era bella come una regina.  
Così dicevano gli uomini che l'avevano conosciuta.  
Giù nella hall emozioni e musica   
coi pensieri in fuga per il mondo,  
10 anni per dimenticare Ofelia.  
Il tempo non muta le terre dell'anima,  
semmai le scompiglia.  
Tonia si rattrista per i figli ancora all’Università.  
Possibili variazioni nel mese del Capricorno.  
Ho riletto Marcuse.  
 
42 
In silenzio leggiamo Le lettere di Leibniz, 
io e te, felici di aver dato il sangue ai figli 
negli anni guerriglieri,  
una vita che ancora si stupisce  
di un ottobre estivo, 
l’acqua sui capillari,  
le ore a farci compagnia, 
sempre attenti alle api forestiere, 
e la cartolina di Jéròme mai arrivata dal Malindi. 
 
Emo, emo, emoglobina, passpartout delle notti corte! 
Vittorio rimase poco più di un mese al San Filippo Neri 
e fu la fine. 
 
Che cosa accadde allora? Che cosa fece? 
Che bisogno aveva di esagerare con il sidro? 
 
43 
Ghiaccia sui vetri  l’ultimo fiato dell’anno. 
 
Ripenso all’armadio, ai vestiti  un po’ birmani, 
al volo del tucano  nell’ora che scoccava. 
C’erano alle pareti  le stampe di Dubai, 
e la foto dei ragazzi: 
oggi chi avvocato, chi capitano 
di lungo corso. 
 
Oh Vanessa, col fil di tacco nelle stanze, 
che cercavi il baule nel soppalco 
non so se quello che volevi 
era un giorno in verticale, 
o la fine del tuo disastro. 
 
Così continuo a intrecciare il mio col tuo destino. 
E ripenso all’armadio, ai vestiti un po’ birmani, 
a  quando a Capodanno non si ornava il tavolo 
di rose gialle. 
 
44 
Ogni tanto togliamo ai dobermann 
i  noccioli d’avellana, 
gli amari bocconi al curaro, 
portiamo acqua al branco, 
ai lapidari, 
chiudiamo le grate del sacrario, 
la gabbia del tucano. 
 
Era d’estate quando una donna ambrata 
si fece  scudo d’amore  
e cuore di marinaio.  
 
Mia madre si era appena addormentata 
con le mani sul ritratto antico 
quando le disse:“ tienimi la stanza 
dove lasciai il mio aprile”. 
 
45 
La stagione soave si diffonde,  
illumina le maschere di cera,  
nella sinfonia di dicembre 
basterà questa furia di acqua e vento  
a scompigliare la somma degli errori?  
 
Sopra il ponte dei sospiri  
c’è la spalletta che ti chiama,  
petit coeur, petit coeur di placche atero  
chi mai ti schioderà dai giorni rugginosi?  
 
Aprile è il mese più crudele, genera  
lillà da terra morta, confondendo   
memoria e desiderio,  
ti basterà un palloncino-sonda   
a rifluire nelle vene il lume dei ricordi?  
 
Sopra il ponte dei sospiri  
c’è la spalletta che ti chiama:  
la sera è già vicina.  
Blue moon! 
 
46 
Sorprendentemente, come hai desiderato che si facesse  
è stato fatto: coltivato il giardino con le begonie,  
liberato il colibrì che tanto disturbava la Dama di Alpignano.  
 
Sorprendentemente, hai lasciato che i pensieri  
si posassero nel cavo della mia mano,  
silenzioso dolore moltiplicato negli anni,  
ritrovato il diario di giornata,   
diviso il bene e il male, la bufera e altro.  
 
47 
Si è divertito tutta la notte il vento  
mettendo in allarme il vicinato.  
.  
Oscillavano i lampioni,  
le insegne della Erg,  
anime cadevano in via Byron.  
 
Clary chiamò più volte dal fondo della stanza,  
cercando una torcia per uscire indenne,  
disse: hai visto? hai sentito?   
Si è fermata al piano di sotto  
la Dama di Compagnia con i suoi fantocci.  
 
Oh sospirante sogno, chiuse palpebre  
di ritrovate lacrime!  
 
Mister Bloom credeva di farla franca  
abitando in contrade  poco frequentate. 
 
48 
Bruciano le banlieues,  
da anni spento è il fax,  
le lapidi scolorite,  
una storia di bandiere:  
Palestina, mon amour!  
 
A Londra oscilla il Brent,  
cambiato è l’asse della terra,   
estinti forse sono gli aborigeni,  
il capo dei Masai.  
 
Vecchia dimora, grigio cenere,  
come certi vestiti portati addosso tutto l’anno,  
e a Carnevale coriandoli   
fino al giorno delle assoluzioni,  
pure qualcosa ci aspetta la domenica:  
il pane tagliato in quattro con i figli,  
la notte in un calembour. 
 
49 
Per una festa la Caterina si è messa in moto 
portando souvenir, il breve filamento delle cose. 
 
Si sente che c’è  Aprile, nuovo d’ali e di beccucci. 
Qualcuno si siede sul sofà, 
guarda i quadri alle pareti, 
gusta sorbetti Carte d’or. 
 
Arrivano messaggi, anime, 
si scruta la lista degli assenti. 
 
Il tempo stringe, vola la civetta, 
qualche filo si spezza, 
passa di mano il libro di Ken Follett, 
effetti speciali nell’equilibrio della sera, 
e fermo immagine con ricordo di famiglia, 
non abbiamo innocenza né colpa, 
solo il probabile evento del caso, 
il breve filamento delle cose. 
 
50 
Stagione, questa, madonna fiorentina, 
di pesi e di misure, di corpi alla deriva, 
tra morsi di meduse, e ombrellini estivi. 
e per te nessuna preghiera, 
nessuna terra santa Welby! 
 
Brucia la fede come il Bounty,  
quel vecchio sogno americano, Martin, 
finito a Memphis, già prima di cominciare, 
passo di puma, occhio di lince, 
cuore di rondine: un solo fiato, 
una sola anima,  
per tutti i morti dell’Alabama, 
la vita a pochi dollari e cents, 
absolvo te, Ginsberg, 
come facesti per Tom Mooney 
e i ragazzi di Scottsboro,  
un solo fiato, una sola anima, 
e per noi, oggi, vino negroamaro, 
Warning! 
 
51 
Dopo la Quaresima ci restringemmo un po’: 
un pater familias non più tra noi, 
come la sua compagna, 
e un germano ferito al cuore,  
                     care ombre lontane, 
una solitudine ci è venuta addosso 
né potete dire che non cercammo il Re sole, 
o che non facemmo nulla per capire il Mondo, 
se disertammo le sere e i falò,  
                       la comitiva di Val Venosta 
con le funivie traballanti, 
qui, ora, un rilievo si è messo in mezzo a noi 
ed è sparita anche la donna che mai crebbe. 
 
52 
La sera ci colse di sorpresa  
mentre batteva ai vetri   
la rabbia del mese.  
 
Domani la gazza  
supererà di nuovo il muro di cinta  
portandosi via i kelloggs al ketchup.  
 
Il  panorama non è più quello di prima  
e dove c’era il busterbook  
ora splende una villa.  
 
Es una casa muy especial, disse Paco,  
y valiosa porque la construyeron mis padres  
con muchos esfuerzos.  
Tiene dos pisos y una buhardilla  
en la zona de noche.  
 
Sombra y sueno a volte tornano  
a coprire la zona dolore  
del nostro passato.  
 
Nel verde che avanza  
potrebbero starci anche una chiesa   
o una maison con draps,  
e serviettes de toilette,  
e qualcosa che ancora rimane della nostra vita.  
 
53 
Si annoda il filo della vita. 
Poco o nulla hanno lasciato  
i dodici mesi. 
 
Mary aggiunge olio alla speranza, 
tiene viva la lampada nel tabernacolo. 
 
Oh le scarpine nero-timberland 
non le metterà mica per l’ultimo viaggio? 
 
Ci sono ancora i dì di maggio, 
qualche scampolo di seta Armani 
e la casa, arredata così bene, 
che sarà facile venderla, 
prima che ci lasceranno le care mani, 
le belle stanze d’arte nucleare. 
 
54 
Accadrà d’inverno o in primavera,  
forse d’estate o in autunno,  
quando  Dorothy  tornerà da Sheffield 
a fare domande, a chiedere risposte. 
 
George chiamerà il Comune e la Blu Car. 
-Toglierete la polvere sui divani 
ma non toccherete nulla dei miei libri.- 
 
Come sempre  i  monti brilleranno di neve 
e i fiumi scorreranno nella valle 
aprendo varchi alle amourettes. 
 
Verranno Pasqua e Natale 
e resterò solo nella città Zen. 
 
Ci saranno convenevoli, 
qualche goccio di rosolio. 
 
Si  tratterà  di un attimo.  
Affari di famiglia. Piccola letteratura! 
 
55 
Una fattoria nel bresciano 
e un fittavolo di cui non si poteva dubitare, 
il bell’aspetto del raccoglitore di lumache 
e dell’uomo del miglio verde 
non lasciavano trasparire inganni  
dopo il furto nella cascina. 
 
Molly sapeva tutto di ognuno, 
prima che cominciasse a smarrirsi nella casa, 
dimenticare il nome del chihuahua 
e di chi le stava accanto. 
 
Una fattoria al limite del bosco 
senza viottoli d’uscita, 
come il buio della mente, 
cieco tunnel, triste Alzheimer! 
 
56 
Certe notti a San Basilio 
le luci sembrano Manhattan 
a risvegliare il sonno delle barche 
sugli argini disseccati. 
 
Pure  l’azzurro s’arresta nei tuoi occhi 
come la corsa del ghepardo  
sfinito dietro la sua preda. 
 
L’estate ha tradito i fiumi,  
messo in allarme gli isolani, 
disperso i boys, 
inciso il tuo cuore, 
ancora nido di vespe e calabroni. 
 
Nel  locale dove  si fermano i coristi 
uno spiritual 
chiama a dimora i ragazzi dell’overdose. 
 
Occorre subito un arcobaleno, Eveline, 
a mettere pace tra cielo e terra, 
a calmare l’ira delle orchidee, 
il lutto dei cipressi. 
 
57 
Fermati  a vedere se mamma Rose 
si è smarrita nei ricordi, 
quando stava  sui balconi 
a curare il millefoglio. 
 
Fermati, e non dire nulla di ciò che era, 
se prende ancora la passiflora, 
dolce, come il nostro sauvignon. 
 
Sosta ma non fermarti molto 
in questa casa che fu degli avi, 
dove passavano figure 
e nei campi brillava il gelo di novembre. 
 
58 
Se tu vieni in silenzio 
a chiudermi gli occhi 
come una morte doganiera, 
tu sei il mio limite umano. 
 
Se tu dormi e da me t’allontani 
come rondine nel cielo 
io sono la guida dei tuoi sogni. 
 
Se tu sei alba e tramonto, 
fuga e ritorno, 
non c’è lama che trapassi 
la porta dei tuoi sogni 
la casa del tuo silenzio. 
 
59 
 
Dove c’erano i pinastri 
ci siamo guardati come una pattuglia   
arresa al tempo.  
 
Una fila di case abbandonate, 
gli anni passati via, dispersa la brigata:  
chi maestro di sci, chi yesman,  
qualcuno jazzista in un quintetto misto,  
altri in tuta blu a Mirafiori,  
e la vita tornata sola, al centro della piazza,  
dove una volta volavano i rondoni. 
 
60 
 
A Saint-Brieuc rimanemmo una notte 
prima di chiudere le valigie il giorno dopo   
soffiando la polvere delle cose 
sulla terra afflitta tutto l’anno. 
 
Pago così una vita di porte chiuse  
e di fede cancellata 
il senso dell’esistere, 
muto solo a me stesso. 
 
Mio amore, dolcissimo inganno, 
qui, il passato non conta nulla, 
neppure l’offerta di marzo 
quando scende a valle 
con gli occhi della primavera! 
 
61 
 
Com’era bella, madre, la coturnice al mattino 
col suo aleggiare sul frontalino della casa: 
erano giorni in cui perdemmo la tristezza 
per un sorriso sulle guance  
e il ritorno alla libertà, 
le piante della salute sul davanzale   
e la notte a guardare il cielo e le altre stelle; 
io non sapevo allora che il tuo sangue 
fosse nelle mie vene 
come un fiume senza scogli 
e il passato un graffito da non dimenticare, 
tu, fiore di maggio  
spuntato in fondo a un vecchio faubourg. 
 
62 
 
                                          a Giulia per il suo primo compleanno 
 
Questa è la casa che in te fiorisce 
come un prunalbo sul monte antico 
quando dileguano le nebbie 
con la prima stella del mattino. 
 
Ridi, ridi, piccola alouette, 
c’è Chiodino e Winnie Pooh, 
il gatto London ed Harry Potter. 
 
Il lupo si è rintanato, 
pure il condor sta nel canyon, 
la civetta ha lasciato il ramo, 
provi con le tue sillabe tagliate 
a creare almeno un lemma 
in questo autunno di balestrucci 
venuto a curarci gli anni, raspati dalla vita. 
 
63 
 
Il signore delle otto, in grisaglia grigio cenere, 
che entra a Downing Street, 
e non si sa da dove venga 
né cosa faccia con le due girls tipo Marylin; 
un gentleman pronto a prendersi nel deserto il barile-oil  
con i suoi G.Man, a dire il vero m’infastidiva  
più delle ricette di Vizzani  
la domenica mattina, quando di sangue si parlava 
e un obice squarciava finestre e porte 
e non è niente, dicevano, non è niente, 
se sulle spalle vi portate un po’ di strazio 
dopotutto, non è vostro il calvario in questa terra pastorale. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
64 
 
PIOMBO FUSO 
 
Sono anni, Louisette, che guardi la Senna, 
come un uccello il bianco dell’inverno. 
 
Non ti dico, quanta neve è caduta sullo Stelvio! 
 
Nelle cabine c’erano avvisi di keep out, 
una guida turistica del Rotary Club, 
e un cuore di rossetto 
firmato Goethe.  
 
Il gelo ha impaurito i passeri forestieri, 
inaciditi i mirtilli nelle cristalliere. 
 
Da nord a sud barometri impazziti, 
ghiaccio, 
fosforo bianco su Gaza City, 
tra artigli di condor sulle carni, 
Mater dolorosa,  
che facesti rifiorire il biancospino sulla collina. 
 
Gennaio ha riacceso i candelabri 
nel concerto dei morti, 
tra toni bassi e controfagotti 
 
Non so come tu abbia fatto a recidere le corde, 
se  il più sottile e amaro della vita 
è il ricordo. 
 
A monte e a valle 
profumo di tulipani, briefing. 
 
Eppure se ci pensi, capita di morire ogni giorno, 
di passare più volte sotto il ponte di Mirabeau! 
 
Ti dico solo che all’improvviso,  
finito il piombo fuso su Jabaliya  
si sono di nuovo accesi i lampi nella sera, 
i fantasmi della Senna. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
65 
 
Sii ramo e fuscello,  
fuoco acceso e cenere arsa 
nell’ora che viene e scolora 
come un diamante leso  
o un rametto di Ginkgo,  
tra foglie decidue, 
nel bosco d’assenzio. 
 
Ti fasceremo le mani di garze e betulle 
nel tempo del male, senza riti e magie  
o colorate utopie, 
oh Signora di nostra crosta terrestre 
che conosci i giorni di sale 
degli anni delusi, colmi di infusi, 
nel breve incanto di un candido nihil,  
in questa  pasqua d’aprile, 
venuta  come un pianto  
nelle acquasantiere. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
66 
 
GLOSSARIO TERAPEUTICO 
 
L’acne ha scavato il derma, doctor. 
Bisognerà  passare all’ablazione,signora, 
prima delle devozioni della sera. 
Non vi è altra speranza, altra cura  
dopo il Differin Gel, e il peeling, 
il Keracnyl Stop Bouton
non allergenico, non comedogeno, 
con  Salicylic Acid e  Lactamide Mea. 
Bisogna aver pazienza, Madame, 
aspettare  il Bing Ben 
stando con monsieur K allo chateau d’Orleans. 
Questa è opera di dèmoni e cherubini, di riti Voodoo. 
Non sia contro l’homopatia (pardon l’omeopatia), 
a parte qualche effetto collaterale, si attenga alle istruzioni: 
legga il bugiardino, prenda, in ogni caso, 
l’aceticolina, l’acetazolamide, 
non salga ai piani superiori, stia attenta alle vertigini, 
tenga i vestiboloplegici, la ciclizina, la difenidramina, 
meglio la scopolamina, dà un po’ di sonnolenza, 
ma si va in paradiso. 
Prima di dormire non segua il Gossip, le lezioni di Baricco,  
La solitudine dei numeri primi, le staminali, 
le ali dei rondoni, il Catamerone di Sanguineti, 
le morti dei poeti ottuagenari. 
Ci rallegrano ancora le short stories dei Dream Songs. 
Per il septemberfest preghi Dante di non farla incontrare  
con Farinata degli Uberti; chieda una terzina al lotto. 
A Flintstones House, c’è un - tetto bianco a cupola,  
muretti di pietra vulcanica, interni freschissimi. 
E a Santorini, vi è pure un’ex dimora rurale - 
ed un pendio per l’aldilà. 
Oh le vocali di Rimbaud:  A, come  Allegory,  
E, come Enjambement,  I, come Ipèrbato, O, come Ossimoro, 
U, come Underground! 
Avevo una volta, mani dolci e cuore gentile, 
le azioni Generali finite male nel Mercato Globale, 
gli ossi di seppia, le seppioline al sauvignon. 
Il Cardiolink, il Blog. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
67 
 
Settembre,  
primo effluvio di mentolo sulle nere ectasie 
col vento ponentino 
su ogni venula e arteriola! 
 
Oh Joseph, com’è rimasta sola la nostra vita 
e come sono lontani i passeri solitari! 
Quarant’anni  in un fornetto 
a mutare le dita in ossicini. 
 
Resistono ancora le angiopatie, 
le stagioni di ristagno, 
di lipidi e di tossine. 
 
Eparina, eparina, fatina del male urente,  
col risi e bisi e Pau D’Arco dopo cena, 
brucia la safena, 
e mai una corsa in mountain bike, 
il mistero dei papiri, il linfedema, 
e a notti alterne, la paura nella mente,  
tanti  odori di macchia naturale, 
con cumarina e vite rossa 
come i vitigni di Franciacorta. 
 
A Salamina c’erano bungalow e piscine, 
primi piatti di souvlaki, vasche per idromassaggi, 
e Tai Chi Chuan, terapie fitoterapiche, 
una vecchia edizione di Arroyo del 73 
con assonanze pince-sans-rire, 
una luna greca sulle ectasie 
e ogni tanto flebotropi, 
stripping!